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Era il 1944, il primo febbraio. Aveva già cominciato a imbrunire, quando udii un boato. Guardai dalla finestra. Dal Nera veniva la notte che avvolgeva le case, e le luci si accendevano a poco a poco formando delle catene, delle file... Poi di nuovo un boato.
Sapevamo tutti di che si trattava. I partigiani stavano sferrando l'attacco coadiuvati da truppe alleate, e a quanto si diceva erano in tanti.
Poco prima, tornando a casa dall'ospedale, avevo trovato nella fessura della porta una busta del comando tedesco di sgradevole aspetto e contenuto: Con la presente vi ordiniamo di recarvi entro due ore presso la sede del nostro comando a Terni.
Misi in tasca la Browning, indossai il cappotto con la fascia della croce rossa, spensi la lampada, e a tentoni in mezzo alle ombre del crepuscolo uscii nell'anticamera, accesi la luce, presi il cappello e aprii la porta sul pianerottolo. E in quello stesso istante, tossendo, si presentarono due soldati tedeschi.
“Siete il medico Del Cerchio?” domandò il più anziano.
“Sì, sono io” risposi con voce sorda.
“Venite con noi.”
“Cosa significa?”
“Sabotaggio, ecco cosa significa.”
“Sabotaggio di cosa?”
“Dovevate prendere servizio dieci ore fa.”
Nell'anticamera fu spenta la luce, cigolò la porta, scendemmo le scale... imboccammo la via.
“Dove mi state portando?” domandai, e toccai piano la fredda impugnatura striata nella tasca dei pantaloni.
“Al primo reggimento di fanteria” rispose il più anziano.
“Perché?”
“Come perché?” si stupì l'altro “Siete assegnato a noi come medico.”
“Chi comanda il reggimento?”
“Il colonnello Mayer” rispose con un certo orgoglio il primo.
Sulla città era sospeso un cielo ormai nero e vi stavano spuntando le stelle quando arrivammo alla villa sede del comando.
Mi condussero in una stanza vuota e polverosa, illuminata a giorno da una forte lampadina elettrica sotto un tulipano di opale sbeccato.
“Signor colonnello” disse il più anziano “abbiamo portato il medico.”
“È un giudeo?” gridò da qualche parte una voce secca.
La porta si spalancò senza far rumore e un uomo alto entrò ad ampi passi. Il suo viso era tutto butterato, e i baffi biondi e fini si contorcevano per un tic nervoso.
“No, signor colonnello, non è un giudeo” rispose il più anziano.
L'uomo alto allora balzò su di me e mi guardò negli occhi.
“Voi non siete un giudeo” disse “ma non siete meglio di un giudeo. E non appena si smetterà di combattere, io vi consegnerò al tribunale militare. Sarete fucilato per sabotaggio. Non perderlo mai di vista!” ordinò al mio accompagnatore.
Io stavo in piedi, tacevo ed ero, devo supporre, pallido.
Mi ritrovai in una stanza dall'intonaco bianco. Su un tavolo di legno c'erano una lanterna, un tozzo di pane e una borsa da medico tutta in disordine.
Di tanto in tanto entravano da me dei soldati tedeschi e io li curavo. Nella stanza c'era un odore acre di sudore, tabacco e iodio.
Controllando l'orologio, notai che ogni cinque minuti da sotto il pavimento proveniva un mugolio. Sapevo di cosa si trattava. Stavano torturando qualcuno.
“Perché gli fate questo?” domandai a uno dei soldati. Il suo piede scalzo era appoggiato su uno sgabello, e io gli stavo disinfettando una brutta ferita vicino al perone.
“È stata scoperta un'organizzazione a Collescipoli. Comunisti e giudei. Il colonnello sta interrogando” mi rispose.
Entrò il mio soldato di scorta.
“Il signor colonnello vi chiama.”
Mi alzai e lo seguii. Scendemmo per la scala al piano inferiore ed entrai in una stanza bianca e ampia. Il colonnello Mayer, nudo fino alla cintola, se ne stava rannicchiato su uno sgabello, premendosi al petto una garza insanguinata. In piedi vicino a lui c'era un giovanotto in divisa da tenente, che si appoggiava ora su un piede ora sull'altro.
“Canaglia!” mormorò tra i denti il colonnello, poi si rivolse a me:
“Bene, signor dottore, medicatemi. Fritz esci!” ordinò al giovanotto. Nella casa c'era silenzio. Gli infissi della finestra tremarono. Il colonnello la guardò di sbieco, io pure.
“Che vi è capitato?”
“Un temperino.”
“Chi è stato?”
“Non è affar vostro!”
M'illuminai. Qualcuno si era ribellato alle sue torture, gli si era lanciato contro e l'aveva ferito. Solo così poteva essere...
“Togliete la garza” dissi, chinandomi sul suo petto coperto di peluria biondastra.
Una delle pallottole gliela conficcai in bocca, perché ricordo che si dondolava sullo sgabello e il sangue gli colava dalle labbra, poi gli si allargarono le macchie rosse sul petto e sulla pancia, i suoi occhi diventarono bianchi come l'albume e poi crollò sul pavimento. Si sentiva il buon odore del gas fumoso della Browning.
Mi lanciai dalla finestra dopo aver rotto i vetri con i piedi.
La sorte fu dalla mia parte: capitai casualmente in un vuoto fra due muri che quasi si toccavano e là, in quella buca, rimasi seduto su un mattone per alcune ore, come in una caverna.
Quando calò il silenzio e gli spari e le esplosioni cessarono, albeggiava appena e io uscii dalla buca. Quando arrivai a ponte Garibaldi, sembrava che non ci fossero mai stati né il colonnello Mayer né il suo reggimento. C'era solo dello sterco sulla strada calpestata.